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Professione: cooperante espatriata

Elisa Cristaldi, assistente sociale fino al midollo (oltre che sulla carta!) da circa cinque anni lavora su progetti psicosociali in contesti di emergenza e di sviluppo all’estero.

Il lavoro di cooperante espatriata è davvero un lavoro arricchente e interessante.
Le sfide quotidiane sono infinite (del resto come ogni lavoro nel sociale), mentre le conquiste avvengono lentamente e i cambiamenti sono spesso sottili e impercettibili al nostro sguardo. Quelli che gettiamo sono semi e dobbiamo lasciare che essi seguano il loro corso prima di vedere se le nostre intenzioni si sono avverate (è come la relazione con un utente o una famiglia multiproblematica, quanto tempo ci vuole prima di renderci conto se davvero il nostro microintervento abbia avuto un impatto reale su di loro?).
Scherziamo sempre con i colleghi architetti o medici provocandoli dicendo che forse per loro è quasi più facile essere soddisfatti del loro lavoro; una casa costruita o un'operazione ben riuscita sono risultati quasi immediati. Nello psicosociale e nel campo dell'educazione se non costruiamo bene gli indicatori fin dall’inizio del nostro lavoro facciamo fatica a capire (misurare!) l'impatto delle nostre azioni. E le politiche dei donatori quasi sempre non permettono di aspettare per fare valutazioni ex-post, a progetto ultimato.
Ma nonostante tutti questi pensieri, le nostre soddisfazioni ce le prendiamo comunque.
Una delle difficoltà più grandi forse è quella di doversi scontrare tutti i giorni con le diverse sfaccettature della povertà, della guerra, della criminalità, di un devasto naturale. A volte temiamo addirittura di esserci ormai assuefatti alle piaghe, alla miseria che quasi sembrano diventare la normalità. Ci accorgiamo che non è così quando ci ritroviamo per l’ennesima volta a bocca aperta, perché qui la morte è di tutti giorni, perché le ingiustizie sono troppo inverosimili per raccontarle, perché la sofferenza è troppo palpabilmente pervasiva.
Nonostante vediamo posti molto particolari e abbiamo l'opportunità di viaggiare tanto (aspetto che non mancano di notare sempre i conoscenti quando ci rincontrano in Italia per le nostre vacanze) per noi svegliarsi tutti i giorni di fronte a una realtà così critica non è sempre facile, a volte è pesante.
Non sono i ritmi di lavoro più intensi, i tempi più lunghi per concludere qualsiasi cosa, le difficoltà tecniche e logistiche, mancanza d’acqua o di elettricità a sfiancarci. Non è questo. Piuttosto è l’avere a volte solo la percezione quasi paralizzante che ci sarebbe cosi tanto da fare e che ci vorrà ancora cosi tanto tempo per pensare di portare solo un po’ di benessere.
Ma è proprio il vivere all’interno di questa realtà che ci convince della necessità di doverci essere e che ci riempie di soddisfazioni anche per i piccoli sottili cambiamenti che riusciamo a notare.
E se siamo ancora qua, senza pensare ancora ad un eventuale ritorno nell'immediato in Italia, vuol dire che le soddisfazioni sono più forti di questo sconforto.

Dall'altra parte c'è un pensiero che si insinua più a fondo, che più mi preoccupa rispetto al mio futuro professionale in Italia. Più volte amici e colleghi ci dicono di riflettere sul nostro futuro come cittadini italiani, soprattutto di questi tempi in cui tanti di loro sono in cassa integrazione o fanno fatica a trovare lavoro. Più aspettiamo e più sarà difficile rientrare, dicono loro.
Confrontandoci con i colleghi in Italia purtroppo sembra che essere cooperanti per molti ancora significhi essere volontari. Per noi che vediamo il settore dall’interno non si può trattare che di una vera e propria professione. Ormai sono nati corsi di laurea e master. Ma spesso mi chiedo “quando mai torneremo, cosa potremo fare in Italia?”. La paura è quella di non sapere dove utilizzare le competenze acquisite in questi anni all'estero. Ho lavorato troppo poco nei servizi per aver appreso il nostro lavoro come ormai le mie colleghe sanno fare. Sarà mai possibile una fusione tra il mio diploma di laurea e la mia esperienza?
Se tornassi sarebbero due i campi in cui mi piacerebbe confrontarmi. L'adozione internazionale e il lavoro con gli immigrati/rifugiati politici in un'ottica di mediazione e consulenza. Ma se fossi la responsabile di un servizio sanitario o comunale sinceramente ad oggi non so se assumerei me stessa! In questo momento non sarei più aggiornata sulle leggi, sulle procedure... mi sentirei persa in un servizio pubblico italiano.
Ecco perché penso sempre che continuare il mio percorso di studi (a distanza?) potrebbe aiutarmi a non perdere il filo della professione in Italia. Ed ecco perché non ho mai smesso di pagare la mia iscrizione all’ordine!
Un caro saluto dal Mozambico,

Elisa